Rassegna Stampa
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DUETTI SULL'IDENTITA' - Mozartanz-Le Sorelle-Satie-Le Serve
“…Lo spettacolo è incentrato in modo originale, profondo, ma non certo senza una nota di ironia sul tema dell’identità: si compongono così scenari in cui l’incertezza, la tensione e la fragilità dell’io danno vita alle più svariate possibilità di azione e reazione, creando un incredibile gioco delle parti senza soluzione (…) “Mozartanz-Le Sorelle” (…) presenta i contrasti e le contraddizioni del rapporto fra due sorelle che non potrà risolversi in altro modo se non con l’intervento di una figura super partes, la madre. E’ invece nel secondo episodio “Satie-Le Serve”_ispirato liberamente a “Le Serve” di J. Genet- che si inscena un vero e proprio gioco degli specchi, in cui le protagoniste vivono un vortice di scambi, sovrapposizioni ma anche ritualità e ossessione. Un’atmosfera a tratti “noir” in cui le due protagoniste, private anche dela propria sessualitrà- sono due uomini infatti a vestirne i panni- conducono attraverso un crescendo emotivo, divise tra il desiderio di emulare e il desiderio di distruggere la padrona (…) ma contemporaneamente intrecciandosi nel reciproco scambio delle loro stesse identità.. Sulle note a volte ironiche a volte tragiche e inquietanti, a volte morbide e sinuose della drammaturgia musicale di Satie sono i ballerini Franco corsi, Cristian Ponzi e Flavia Bucciero a districare questa complkessa vicenda di atmosfere e umori (…) completando uno spaccato di danza contemporanea in puro stile teatro-danza di cui la compagnia Movimentoinactor è maestra…
Eleonora Valorz, Aurora The World Wide Interactive Journal, 18 /04/2011
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DUETTI SULL'IDENTITA' - Mozartanz-Le Sorelle-Satie-Le Serve
“…Lo spettacolo, diretto, coreografato e interpretato da Flavia Bucciero si divide in due parti. Nella prima, costruita sul Quintetto per clarinetto ed archi K 581 di Mozart, è sviluppato il rapporto di amore e odio tra due sorelle. La seconda coreografia, liberamente ispirata al capolavoro di Genet “Le Serve”, presenta la frustrante quotidianità delle due cameriere Claire e Solange….”
Alessandro Vaccaro, La Repubblica-Napoli, 18/04/2011
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Il fiume scorre sempre, mai lo trattiene l’acqua
“…Un fiume di note sghembe, imprevedibili e sorde a cui si lega l’immagine del fluire continuo di un fiume e di un universo zen semplificato ed essenziale. I tre ballerini portano sulla schiena (costumi di Massimo Poli) dei gusci trasparenti di piccole tartarughe. Poi i gusci diventano cappelli, ombrelli , lanterne, oggetti da esibire durante esercizi di equilibrismo alla sommità di un bastone. Dal fiume-cascata emergono una creatura-onda avvolta in un velo azzurro e una sirena (Flavia Bucciero) e poi un drago rosso e un vecchio portatore di pesi (Leonardo Diana). I bambini ( Eleonora Gianni, Ignazio Nurra, Alessandra Pugliese) guardano, strappano la coda al drago e danzano la meraviglia con ampie torsioni del busto e salti creando un’atmosfera sospesa di grande suggestione…”
Maria Teresa Giannoni, Il Tirreno, Spettacoli e Cultura, 29 .1. ‘06
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Turandot
“…insomma Turandot , come tutte le fiabe che si rispettino, aveva un appiglio alla realtà. Ce l’ho fatto capire il regista Daniele De Plano, coadiuvato dalle coreografie di Flavia Bucciero che visualizzavano le sue idee (…) la vicenda della principessa che non vuole sposarsi, ma che deve capitolare per esigenze dinastiche, si è trasformata nella contrapposizione tra potere maschilista e rivendicazioni femministe. Il taglio diverso è piaciuto al pubblico…”
Lisa Domenici, Il Tirreno, Spettacoli, Tempo libero e Cultura, 2.8. ‘04
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Turandot
“…E che dire della Regia? Capita raramente di non trovare qualcuno da prendere di mira, in allestimenti come questo, e Daniele De Plano ha scelto il modo migliore di festeggiare i suoi primi 40 anni con un movimento da musical , più che da opera, in cui anche le scene più vuote si sono riempite di frenetica drammaticità. Per esempio con le belle coreografie di Flavia Bucciero, coi danzatori impegnati anche in movenze elegantemente ma chiaramente di natura sessuale…”
Beppe Nelli, La Nazione, Cultura e Società, 1.8. ‘04
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Nell'attesa
“Confronto e assonanze, parole e ritmi che dialogano con scioltezza e bellezza, una trama di gesti quotidiani, di gesti qualsiasi, abituali, inquieti, inseriti in una situazione anodina
Gabriele Rizza,Il Manifesto, Firenze & Dintorni, 20.5.’04
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Nell'attesa
“L’attesa (…) ha una memoria vagamente beckettiana, dolce e straniata, come una sottile linea di confine fra ciò che passa nella vita di tutti i giorni e quello che si nasconde dietro, un nocciolo al quale vorremo arrivare e che forse immancabilmente ci sfugge”
Gabriele Rizza, Il Tirreno, Spettacoli & Cultura, 15.5.’04
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Nell'attesa
“ I danzatori sono in abiti contemporanei e fanno gesti quotidiani. Flavia Bucciero con borsetta e ombrellino alla Mary Poppins entra in scena in maniera surreale. Siamo in bilico tra sogno e fiaba.(…) Ma ecco che, con una ventata di follia, nella quotidianità si aprono degli squarci, si genera il desiderio di denudarsi delle consuetudini e andare verso un’esplorazione interiore
Incerti, La Repubblica, Firenze, 15.5.’04
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Nell'attesa
“La quotidianità cerca di spogliarsi dell’apparire, del superfluo e dell’effimero, per raggiungere finalmente l’essere, il senso profondo della vita”
Jacopo Cosi, L’Unità/Spettacoli e Cultura/Firenze Toscana, 15.5.’04
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Pubblici bagni, pubbliche virtù
“ …La città diviene, o lo è già, un palcoscenico. Un Teatro. Metafora che tutta la vita è commedia-tragedia? Possibile. Flavia Bucciero, con il suo spirito (e con i suoi bravissimi elementi del movimentoinactor) ricco di ironia visione, ci sorprende con il suo nuovo spettacolo Pubblici bagni pubbliche virtù (che il pubblico ha potuto seguire in piccoli drappelli, vista l’esiguità dello spazio a disposizione, sotto le Logge dei Banchi). I risultati? Assolutamente coinvolgenti, ricchi di ironia, comicità e leggerezza. Basandosi su d’un tappeto sonoro di canzoni tratte dal repertorio popolare italiano degli anni ’30, ’40, ’50, fatto di tanghi, mazurche, polche (Trio Lescano, Nilla Pizzi, Altamura, gli interpreti) mescolate a brani più colti come Rapsodia in blue di Gershwin, passando per celebri brani di Glenn Miller, o allo swing delle grandi orchestre americane (…) I corridoi che un tempo ospitavano vasche di marmo per lavarsi, hanno svolto la funzione di quinte, ma anche di luogo simbolico d’appuntamento con l’amore fuggevole, così come la coreografia li disegnava. Tutte le scene si sono alternate con ritmo, ironia, provocazione leggera e buffa, prendendo linfa dall’ambiguità latente insita nell’ambiente stesso. (…) la luce che ha letto il luogo in funzione non straniante, ma complice, come se non fosse un ambiente pubblico ma quasi un luogo privato e gli spettatori lo specchio dell’anima dei personaggi. A questo indirizzo interpretativo hanno contribuito i costumi (…) richiamando alla mente degli spettatori le immagini tante volte ammirate nei celebri film di genere americano coevi e rendendole in questo contesto forme parodistiche di una società fatta di eleganza, vizi e virtù”
Antonio F. Di Stefano, Gli Amici della Musica, Ballo & Bello, gennaio 2003
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Le mandragore mandano odore
“ … Un’esperienza teatrale da mozzafiato. Sarà stata la suggestione della naturale e bellissima scenografia dell’Abbazia di San Zeno, saranno stati i movimenti sinuosi delle danzatrici ( oltre a Flavia regina dello spettacolo con la sua entrata regale e fascinosa nel finale, Eva Berti, Ignazio Nurra, Alessandra Pugliese e Ilaria Sabatini), saranno stati i suoni a volte caldi, a volte arditi ed impetuosi dei fiati (sassofoni e flauti) di Eugenio Colombo, del contrabbasso di Giovanni Maier e delle percussioni di Michele Rabbia, ma questo spettacolo ispirato al Cantico dei Cantici ha lasciato e lascerà negli spettatori un’impronta indelebile. Perché al di là della danza, al di là della musica, la percezione del pubblico era attirata da quell’universo di armoniose corde che un tempo era la terra di Palestina, culla di amore oggi distrutta dalla guerra (…) Uno spettacolo decisamente ispirato all’amore come equilibrio instabile e transitorio a cui l’uomo, la donna tendono. Sussurri dei sensi ed abbracci teneri hanno costruito volute nell’aria…”
Beatrice Bardelli, La Nazione Pisa, 4.6.’02
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Nell'attesa
“…Si tratta certamente di uno spettacolo minimalista che sviluppa raffinate simboliche evoluzioni del vivere quotidiano, fatto di schegge, di piccoli eventi, o di spoetizzanti banalità. Pochi e semplici i materiali utilizzati: una panca, per esempio, posta al centro del palcoscenico centro e proiezione delle azioni, un luogo immaginario, non comodo punto di sosta, ma scomodo passaggio nell’attesa di raggiungere altri luoghi reali o immaginari (…) I personaggi interagiscono tra di loro secondo precisi schemi numerici, dapprima singolarmente nel tentativo ciascuno di liberarsi di un vestito-immagine che non calza più, o non ha mai calzato, con la loro anima; successivamente a coppie, prima due infine raddoppiate, precisi emblemi di solitudine e di lotta contro le odiate formalità; quindi il ritornare alla realtà per mezzo di un “angelo”, diligente rappresentante dei nostri cronometrici doveri…”
Antonio F. Di Stefano, Il Tirreno Pisa, 20.7.’01
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La caduta degli angeli
“ Lo spettacolo usa la suddivisione in scene per la narrazione di un percorso che nasce sia da riflessioni sulle Sacre Scritture, che sul “paradiso Perduto” di J. Milton ed infine dal “Cahier de Rodez” di A. Artaud. La gestualità danzata nasce e si fa forza nella musica (Eugenio Colombo al sax e al flauto) e Michele Rabbia (percussioni) che spingono fino alle più virtuosistiche conseguenze gli imput gestuali dei danzatori. Si mescolano di continuo influssi jazz, musiche indiane, atonalità libera, creando senza soluzione di continuità atmosfere dolci, rabbiose, dubbiose, eteree, in un generale e continuo scambio con i disegni geometrici luminosi, ideati con grande efficacia (giocati nelle sfumature del giallo) e le immagini videoproiettate di L. Patalano. Il linguaggio sviluppa inoltre gli antichi temi degli elementi primordiali (aria, acqua, terra, fuoco) non facendone ovviamente materia di studio monografico, ma proponendoli, suggerendoli o facendosi ispirare, e perciò viventi in un tessuto di visibilità e non visibilità, come in un velato gioco di trasparenze . Il tutto creando (…) un moto continuo ascensionale e discensionale come gli angeli in perpetua tensione tra cielo e terra”
Antonio F..Di Stefano, Il Tirreno, 28.11.2000
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Il Minotauro infranto
“…La struttura dello spettacolo è ferrea. Otto “canzoni”, rappresentative di altrettante macrosequenze narrative, si intrecciano con la realizzazione coreografica legata dagli eventi narrati. L’intento di Flavia Bucciero (autrice del soggetto, coreografa e danzatrice) è stato quello di utilizzare l’evento mitologico per spingere lo spettatore alle radici di se stesso, dei suoi comportamenti, coinvolgendolo in un’azione di autoriflessione. Il labirinto è il simbolo delle volute cerebrali e, più in astratto della nostra attività raziocinante (…). Lo spazio è l’elemento catalizzatore di tutte le tensioni interne e formando un piano unico palcoscenico/spettatori, l’intenzione che ricerca il coinvolgimento e la complicità del pubblico è subito esternata(…). Eugenio Colombo, autore delle musiche originali, alterna nelle diverse canzoni elementi stilistici di ferrea logica post tonale a elementi tardoromantici (…) i pannelli mobili, trasparenti e specchianti, che delimitano gli spazi labirintici in cui si muovono il Minotauro, Arianna, i giovinetti, Teseo, e altri elementi fortemente narranti come le luci, dai colori con forte impatto simbolico. Quasi a ribadire la permeabilità dello spazio e a sottolineare l’importanza delle trasparenze, si hanno le intromissioni della cantante-narratrice (Silvia Schiavoni) che si inserisce nelle vicende, dialogando col canto e con il corpo, con i diversi personaggi, divenendo essa stessa parte integrante della coreografia. Un discorso a parte andrebbe fatto in relazione alle tecniche usate nella costruzione delle coreografie. Esse si contaminano col retroterra culturale di Nuria Sala Grau (il Minotauro), la danza indiana Barata Natyam, per passare senza soluzione di continuità attraverso molteplici e rielaborati influssi nei movimenti di Flavia Bucciero (Arianna) che vivono sia del ricordo di danze indiane, sia di quelle mediterranee e che rimandano, per la particolare plasticità a raffigurazioni presenti in antichi vasi micenei”
Antonio F. Di Stefano, Il Grande Vetro, ottobre-novembre 1999
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Il Minotauro infranto
“…La scelta dello spettacolo è forte, perché la polarità, è una polarità che non si separa mai. I poli opposti di attrazione e repulsione, di morte e rinascita, di desiderio e non possibilità di compiere questo desiderio sono presenti nella musica e nella danza sin dall’inizio. Il Minotauro non appare in scena come una creatura mostruosa , ma come una creatura diversa e profondamente seducente. (…) la presenza delle proiezioni non è altro che evocazione di sistemi labirintici in cui ognuno è preso. Mutano le luci, muta la consistenza, la rugosità, la densità della luce, ma tutti sono avvolti in questo labirinto di luce che è uno spazio interiore…”
Sandro Cappelletto, Intorno al mito del Minotauro e del Labirinto. Conferenza- Teatro Verdi Pisa, 10.4.1999
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A' la limite
“… Siffatta impostazione ha certamente dei pregi, soprattutto quando dà la possibilità di allestire spettacoli, anche inediti, di forte impatto espressivo ed emozionale. E’ stato il caso, per quello che riguarda questa edizione del festival, dell’incontro del jazz di Eugenio Colombo con la danza di Flavia Bucciero, che ha aperto la serie degli spettacoli serali svoltisi tutti al Teatro Due di Parma, e del duo del turco Kudsi Erguner. Flavia Bucciero, coreografa e danzatrice, direttrice artistica della compagnia pisana di teatrodanza Movimentoinactor, ha messo i propri movimenti, dalle vitali sinuose cadenze che riportano a certi archetipi greci, arabi e indiani, in perfetta sintonia e corrispondenza ( che significa tensione continua, unisono di intenti, chiamate e risposte) con la musica di Colombo, il quale con il soprano procedeva indefesso, usando la tecnica della respirazione circolare, senza lasciare un momento di pausa, rispettando solo qualche passaggio precedentemente preparato con la compagna di scena…”
Aldo Gianolio, “Musica Jazz”, Gennaio 1999
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A' la limite
“…Un viaggio evocativo, un invito per l’orecchio e l’occhio a non adagiarsi sulla solida sicurezza di stilemi già sperimentati e déjà vu, un’esperienza decisiva per lo spettatore se riesce ad allentare le tensioni che stringono i bordi delle proprie emozioni. Come sarebbe possibile, altrimenti, lasciarsi prendere dall’incanto di un “Cavaliere azzurro” che ci fa scoprire un corpo che suona ed un sax che danza?”
Beatrice Bardelli, La Nazione Pisa, 22.1998